cuore o fegato

Camminavano lentamente, fianco a fianco, in quel parco fuori città, in un silenzio profondo tanto da camuffarne anche il respiro, nascosto nel fruscio delle foglie secche carezzate dai piedi.

Lui era già stato lì, gli alberi intorno ben conoscevano ogni suo pensiero, rimorso e lacrima, tutte le sensazioni che lo avevano accompagnato in quella dolorosa scelta. Era giunto il momento di esser uomo e decidere per la propria vita, per quanto doloroso fosse, di voltare pagina.

Sussultò quando lei mise la mano nell’incavo del suo braccio, risvegliato da quella fisicità che ben conosceva, che era la ricerca di sicurezza mista ad affetto e famigliarità. Sentendo quel tocco pensò a tutti i momenti passati insieme in quella vita che pare scorra solo per gli altri.. Gli sguardi d’amore, quelli di tristezza per le avversità che la vita aveva loro imposto, di ammirazione nei giorni delle vittorie scolastiche e sportive, di rimprovero per il suo carattere a volte davvero insopportabile, ma che lei sapeva infine sempre perdonare. E ancora, le risate a crepapelle e il suo modo buffo di stare al mondo, le cene insieme prima quotidiane ed oggi saltuarie, per quel lavoro che lo assorbiva, per quella relazione che lo vincolava.

Tutto sarebbe cambiato da quel momento ma non sapeva come dirglielo, e non sapeva neppure se lo avrebbe capito, accettato.
Si sarebbero ancora visti spesso? Quando? E avrebbero potuto stare bene entrambi? Come sarebbero cambiate le loro vite? Come sarebbe stato, dopo tanti anni, svegliarsi senza il suono della sua voce?

Lei, dal canto suo, portava a spasso il suo sorriso segnato, cercando nella mente qualcosa che ancora non trovava, tra pensieri sottili come fili di lana, che si annodano e infine si spezzano. Era certamente piacevole passeggiare così. Con quel bel giovanotto a braccetto, un cappellino beige elegante e un impermeabile per la mezza stagione, che lui aveva detto ‘ti sta così bene’. Quello lo ricordava, sì. Le piaceva tanto sentirsi bella, e che lui la vedesse così.

Intanto la passeggiata era finita, il momento era giunto: arrivati davanti ad una panchina, lui la pregò di sedersi ed attendere qualche istante.

Poggiò la sacca da viaggio come fosse il peso più grande mai portato, ma dentro vi erano poche cose: una vestaglia, una tuta, un paio di ciabatte, un necessaire per il bagno, qualche rivista, una fotografia di loro due, insieme.

L’infermiera lo trattò in modo molto cordiale, probabilmente tante volte aveva visto questa scena e aveva imparato a convivere con questo strano e sordo dolore.

Andò ad accogliere la di lui madre con un sorriso, e lei pensò che era bella questa ragazza vestita di bianco, somigliava a un angelo… Forse un giorno le avrebbe prestato il suo impermeabile. Si chiese se anche quel bel ragazzo che la aveva accompagnata la conoscesse. O forse erano fidanzati, o fratello e sorella. Non aveva certezze, ma si lasciò condurre nella sua camera.
L’infermiera le fece notare quanta luce illuminava la stanza, ma nel contempo se avesse desiderato riposare vi era anche il modo di oscurare la camera con delle bellissime tende di colori sgargianti. Il letto saliva e scendeva come una giostra ed il bagno era grande ma con un solo mobile specchio sopra il lavabo. Ogni giorno si sarebbero occupate, lei e una collega, di fornire medicine e di accompagnarla ad una sala ristorante; se gradiva partecipare alle attività sociali, il pomeriggio si giocava a burraco, la sera si vedeva la tv tutti insieme e infine un sabato ogni 3 vi era aperta la balera sino alle 22. Detto questo, li lasciò soli.

Rimasero madre e figlio occhi negli occhi, i primi colmi di domande, i secondi sfuggenti e imbarazzati, e mentre lui sentiva che gli argini delle palpebre erano troppo sottili per contenere il fiume di lacrime che lo avrebbe certamente affogato, lei gli disse con voce tremula ‘aiutami, per favore’.
Voleva sedersi su una poltrona accanto al letto, ed intanto la sua voce continuò ‘quando eri piccolo un pomeriggio giocando ti eri sbucciato le ginocchia. Non era grave ma tu cercavi sempre di esser coccolato e quindi per qualche ora avevi fatto il malato, e mi chiedevi per ogni cosa ‘mamma aiutami, per favore’. Oggi tocca a te rendermi il favore, è giusto, no?”, e così concluse con un sorriso.
Lui non ricordava questo episodio ma, come spesso accadeva, i lampi di lucidità della madre riesumavano ricordi di cui solo lei era depositaria, e che la sua malattia gradualmente occultava.
Il tempo di cercare nell’armadio un cuscino, e voltandosi da li poté osservarla, nella luce del giorno, mollemente seduta, persa nel nulla dei suoi pensieri scomposti.

La sistemò bene sulla poltrona, mise ogni cosa al suo posto chiudendo poi la sacca e riponendola nell’armadio, come si fa quando si giunge in vacanza.
Le posò un bacio sulla mano, uno sulla fronte e le disse, ‘ci vediamo tra un paio di giorni, mamma’.

Lei, sbattendo piano le palpebre mentre riceveva quel dono d’affetto, fece si con la testa, tornando subito nel suo mondo di ovatta. Era un bel ragazzo, chissà qua l’era il suo nome.

Chiuse dietro di sé la porta; il cuore un puntaspilli rigonfio. Ringraziò dentro sé che nessuno fosse all’accoglienza e che la porta davanti a lui fosse libera e che per tutto il lungo viale che si apriva di fronte a lui non vi fosse anima viva che potesse raccontare di come un uomo può piangere e barcollare di dolore per l’abbandono dell’unica donna che sino ad allora lo avesse amato realmente.

Rimase a lungo seduto su una delle panchine di quel parco. Si chiese se a quell’ora avesse cenato ormai, se avesse preso le medicine, se avrebbe dormito la notte, se aveva capito quello che era avvenuto in quel timido giorno di autunno, se ricordasse il suo proprio nome, se ricordasse che lui era suo figlio.

Tornato a casa vide lampeggiare dei messaggi nella segreteria, ma non li ascoltò. Tolse anche i toni del cellulare perché in un giorno come quello non vi erano parole da spendere con nessuno. Non voleva sentire lei che lo aveva spinto ad accelerare tutto questo, adducendo a quanto più facile sarebbe stata la loro vita, a quanto sua madre sarebbe stata meglio seguita da una equipe medica, allo scarso comfort della vita casalinga per una persona anziana.

Si sentiva solo in quella casa senza lei, e capì che aveva dovuto fare l’uomo per prendere questa gravosa decisione, ma che oggi, nonostante i suoi 40 anni, vorrebbe tornare ad essere quel bambino con le ginocchia sbucciate chiedeva aiuto per ogni cosa.

Nessuno ci insegna quale sia la giusta scelta, il perfetto equilibrio tra razionalità ed amore. Vivendo mischiamo il coraggio delle decisioni ai sacrifici delle rinunce, la forza di volontà per essere giusti, ed una quantità di gioie e rimpianti.

La ricetta non esiste; chi cucina il cuore, chi cucina il fegato.

Mamma diceva sempre: la vita é come una scatola di cioccolatini.. Non sai mai quello che ti capita (F.Gump)

Voglio regalare a me stessa e a chi avrà voglia di leggere un piccolo scorcio della mia persona, emotivo ed intimo quanto basta per capire il più bel rapporto del mondo per me: quello con mia madre.

Considerazioni su quanto di “alimentare” vi possa essere in un rapporto madre figlia per ALIMENTARE senza mai esser sazi, quel desiderio di dare, ricevere, trasmettere felicità attraverso il cibo.

Da che mi ricordi, la più grande preoccupazione di mia madre nei confronti miei e di Paola é stata legata al cibo. “Mangia, mi raccomando”. Consiglio a volte, imposizione altre, è una frase che risuona spesso nelle mie orecchie se penso al passato in casa con lei.

Se mettesse uno sopra l’altro i suoi libri di cucina, mamma potrebbe fare una montagna; ma dalla cima di tutte queste ricette non potrei vedere sotto i miei piedi alimenti migliori di quelli che ha preparato, e oggi ancora prepara, per me.

Se ha una primizia nell’orto, quella è per me. Se prova un piatto e lo trova delizioso, me lo sottopone appena arrivo a casa.

In ogni caso a mamma non servono i ricettari, ma ama averli, scaramanzia e piacere tattile e visivo dei tomi dalla A di Artusi in poi. Se per caso li usa si concede licenze interpretative che portano il più delle volte a risultati eccezionali!

Mio padre purtroppo non ha la sensibilità di palato tale da poter distinguere il buono dall’ottimo; mamma lo ha abituato ad una grande cucina, e come tutti coloro che hanno questa fortuna, non sa apprezzare appieno tale dono. Inoltre, dare una particolarità a lui è di minima soddisfazione: si passa da un mugugno a un inghiottire senza commento, a volte pure ad una critica.. Mi rendo conto che spesso, dato il suo carattere burbero e irascibile, trasforma una attenzione verso di lui come una scocciatura, forse per evitare il conseguente ringraziament; a questo si aggiungono 46 anni di matrimonio e quotidianità che non richiedono più, a parer suo, queste smancerie.

Ma torniamo a me e lei.

Vengo a casa per qualche giorno e ritrovo il frigorifero di casa colmo di quello che mi piace.

Trovo gli gnocchi, che a Roma non so perché non sanno di patata, e sono duri e ostili al palato mentre quelli di mamma si sciolgono.

Funghi porcini (che adoro) come piovesse.. Con tonno, impanati.. Trovo il Bunët..chi non lo conosce non sa che cosa si è perso! Un budino cotto al forno, con uova e amaretti e cioccolato, una delizia! E trovo la marmellata che a me piace senza zucchero e mamma lo sa.. “Fresca, delle nostre fragole, appena fatta è ancora calda.. Ieri sera le ho raccolte apposta per te perché sapevo che arrivavi..ma te ne ho tenuta anche qualcuna fresca non temere! “, e trovo i biscotti di mais che adoro, le “paste ed melia” come le si chiama dalle mie parti.

Mentre ne azzanno uno, penso a me bambina che ammorbidivo il burro e sceglievo quale dei vari “stampini” usare per fare questa specie di deliziosi krumiri un po’ grossi ma non troppo perché cuocessero bene, “e non farli troppo lunghi, che poi si rompono!”.

Giravo la manovella del marchingegno dei biscotti e, ogni tanto, ingollavo un pezzetto di impasto (di nascosto che mamma dice che non fa bene); li facevamo cotti a puntino e non “spaliot” (pallidi) perché poi si portavano a nonna Giulia, nota fornaia del paese.. li volevo belli, bellissimi, per lei!

La pasta frolla di mais scricchiolava di zucchero sotto i denti: era il paradiso..e se non era quello era comunque il rumore della felicità.

Abitando in campagna, con la casa dismessa della nonna paterna addobbata di pentole in disuso, cucinavo quotidianamente fiori, sassi e terriccio emulando le mosse di mamma, sperando di impratichirmi a modo e diventare bella, leggiadra tra i fornelli, e brava quanto lei.

Molto di quanto oggi so fare lo devo al mio amore per lei: ogni sua movenza in cucina era per me motivo di ispirazione.

Da lei ho imparato ad annusare ogni cosa, soprattutto se alimentare: per me divenne mania e, volente o nolente, mi portò alla mia attuale passione e professione del vino dove la complessità è spesso desiderio di sfida e non limite.

Grazie a lei cammino nei campi e negli orti annusando piante, riconoscendole, intuendone oggi gli usi possibili in cibi che già apprezzo senza.

Per mezzo di lei ho imparato a cucinare, a servire a tavola, a gestire il frigorifero, a scegliere per me e la mia famiglia.

Per renderla orgogliosa, ho cercato di ampliare le vedute su cibi per lei ostici come i pesci di mare.

Per stupirla, l’ho condotta in ogni luogo fosse possibile, per scoprire le cucine regionali, spesso etniche.

E lei oggi che di rado mi vede sopperisce in pochi giorni alla mia nostalgia del non viverla quotidianamente e alla sua esigenza di farlo, con quello che di meglio sa preparare.

Neppure si rende conto che io di lei amo tutto: pure la minestrina, quando la fa, e indipendentemente da come la fa, é la migliore mai mangiata.

Mentre me la rido sotto i baffi pensando al suo prossimo viaggio estivo che le donerò a scoprire in loco una nuova cucina etnica, piango a dirotto, pensando a quanto mi manca, a questa distanza maledetta.

Lacrime nostalgiche bellissime, come i ricordi che mi ha regalato negli anni.

Senza di lei, la sua sincerità, pulizia, bellezza, dolcezza, non avrei avuto alcuna ricchezza sentimentale nella mia vita; cibo e vino forse non sarebbero stati parte di me e della mia professione.

Il buono e il giusto li ho imparati da lei, e per questo e per mille altre cose non smetterò mai di ringraziarla.

“Una buona madre vale cento maestri, perchè questi vi istruiscono, mentre la mamma vi educa il cuore col sentimento.”

Angelo MazzoleniMom

Non c’é trippa per gatti, ma per curiosi SÌ!

Ho visto un posto dove gli studenti escono da scuola e non vanno al Mac Donald
e dove le serate “postoinprimafilatv + Champions” non hanno per menù hotdog patatine e birra.
Non era un sogno, bensì Firenze.
A scalzare american food e teutonici salsicciotti vi è sempre un sandwich, dal contenuto spiazzante: il LAMPREDOTTO, comunemente definito “trippa”.

Bazzicando per le vie di città, si incontrano i lampredottai che con i loro chioschi ambulanti servono questa delizia pizzicata tra fette di pane toscano (non salato) irrorato da un poco di brodo di cottura, aggiustato con sale pepe e olio. Evitare le code in orario intervallo scolastico e merenda, lo dico per voi, sono presi d’assalto!

Mi faccio un regalo e decido di raggiungere il “profeta” del lampredotto: LUCA CAI per una chiacchierata in merito.
Appassionato e intraprendente chef Luca spazia estrosamente dalla “cucina di strada” alla “bistronomia” fiorentina presso il Magazzino (e caro Aizpitarte ti informo che qui il menù non è fisso e le portate che sono in grado di mangiarmi sono più di 5)!

Ecco quanto ci racconta:
Luca, è stupefacente ‘sta storia del lampredotto come piatto intergenerazionale!

“La cucina italiana e quella Toscana in particolar modo, è famosa per la capacità di recuperare gli “avanzi”, o meglio, di evitare sprechi: questa attenzione all’utilizzo di materia prima ha consentito nella storia di ottenere piatti che ancora oggi fanno parte della gastronomia tipica toscana, ed il Lampredotto è una delle pietanze tradizionali più amate, da grandi e piccini”.

Nella tua Osteria, “Il Magazzino”, la trippa la fa da padrone e molti sono gli articoli di riviste specializzate che ti riguardano. Possiamo dire che è “tornata di moda” la trippa?

“Si è scritto tanto della trippa, ma sarebbe forse più giusto che le parole in merito lasciassero il posto alle sensazioni che questo affascinante prodotto è capace di regalare. È proprio questo l’intento illustrandone le diverse tecniche di utilizzo e le sue molteplici occasioni di consumo. La trippa torna di moda sì, se si riesce ad andare oltre al pregiudizio che si tratti di una “frattaglia”, se si conoscono le capacità nutrienti, se si ha voglia di sperimentare per portare il lampredotto fuori dal panino per gustarlo in modi diversi… anche eccentrici perché no!”

Ribollita, minestra di pane e la bistecca fiorentina, anche questi sono piatti tipici, i primi due fanno parte come la trippa della “cucina povera”. Perché il Lampredotto ti ha conquistato così tanto?

“Il desiderio di un ristoratore fiorentino che si trova tra le mani un gioiellino di osteria in un angolo di Firenze grazioso come questo, è ovviamente quello di servire a clienti locali ed esteri i piatti della tradizione. Il lampredotto oltre soddisfare questa volontà mi dava l’occasione di sperimentare e interpretare in modo diverso una materia prima che tutti conosciamo. Nessuno si era avventurato ancora in questo studio, e così mi ci sono cimentato e la passione si è amplificata ad ogni nuova ricetta con protagonista la trippa che riscuoteva il consenso e l’apprezzameto dei clienti”.

Luca al lavoro!

Le richieste di cucina a 4 mani che provengono da molte parti del Mondo, hanno portato Luca a viaggiare

molto e a scoprire nuove possibilità di “contaminazione gastronomica”, stimolanti e creative per il fautore

e, vi garantisco, deliziose e stupefacenti per un attento degustatore!

Ve ne accorgerete continuando nella lettura.

Infatti Luca supera se stesso svelandoci le ricette per un menu completo a base di Lampredotto. Io lo

ringrazio infinitamente per la sua disponibilità e simpatia e a tutti consiglio 4 cose:

– andare a trovarlo ed assaggiare le sue specialità, quindi TRIPPERIA IL MAGAZZINO, PIAZZA DELLA PASSERA, FIRENZE
– la visione del video dove Luca ed il socio Alessandro, assistiti da una professionale Claudia Tartani che ci illustra la cantina, ci raccontano dell’Osteria, della sua storia, dei suoi piatti con bevute indimenticabili!
– Seguire le ricette di Luca e provare qualcosa di nuovo per una cena squisitamente toscana
– Tornare qui per lasciarci un commento o la vostra interpretazione della trippa.

Antipasto: Polpettine Di Lampredotto  – x 4 persone –
400 gr. Di lampredotto (recuperato dalla pentola la sera prima a chiusura della cucina o tolto dalla stessa per la troppa cottura), unitevi due belle patate lesse, una carota e una zucchina, anch’esse lessate (in osteria facilmente si lessano le verdure e si usano come contorno) , macinate il tutto con un uovo, 2 o 3 cucchiai di parmigiano, sale e pepe. Da questo impasto fatene delle polpette, impanate con del pan grattato e friggetele in olio di semi.
Servitele ben calde e accostatevi, a piacere, un po’ di salsa verde o altre salse a piacimento!

Primo piatto: Ravioli Ripieni Di Lampredotto

Ritornando a seguire le indicazioni delle polpette, riprendere lo stesso mix, aggiungendoci della noce moscata usate questo impasto come ripieno di ravioli.
Questi devono essere belli grandi sui 50/60 gr. E tre a porzione bastano.
Condite con vellutata di verdure a seconda della stagione (esempio carciofi o cipolla di Tropea, sempre con un po’ di pomodoro ma poco).

E da questo impasto cosa ci facciamo di Secondo?

Qui scatta la fantasia più estrema. Avendo affascinato il Giappone con i piatti prima citati,aggiungendoci l’ innovazione e la voglia di sorprendere il cliente appassionato, nasce il SUSCHI DÌ LAMPREDOTTO  (n.b. deve essere scritto proprio così!)  dalla fantasia di un viaggio di lavoro a Tokio, (esperienza indimenticabile ) applicando tutte le tecniche giuste per far si che il piatto risulti proprio nato in Giappone con un ingrediente esclusivo di FIRENZE.
QUI NON SPIEGHERO’ COME FARLO…vi aspetto per provarlo!

Vino della casa, con traduzione internazionale...