Lidò 84 – Gardone Riviera

Càpitano quei posti.
Quelli in cui ti senti completamente a tuo agio, dove non vedi l’ora di tornare appena varcata la soglia di uscita.. Per me Lidò84 di Gardone Riviera è questo. Una stella meritatissima quella di Riccardo, ‘capo ai fornelli’ ,con Giancarlo che fa ‘danzare la sala’, Manuele ‘al cavatappi’ e tutto il team dei preparatissimi giovani.

Un calice di Riesling troken di Molitor per allietare il palato.. Giovanissimo 2014 ma molto piacevole. Sta alla grande sull’amuse-bouche con cialde di gambero e di parmigiano. Poi, l’entrée che varrebbe da sola il viaggio.. Una crema dall’aspetto neutro ma in realtà una bomba di sapore! Arachidi, miele, aceto e rosmarino. La grassezza dell’arachide con il suo inconfondibile sapore si inerpica su note acidule e dolci fino a concludere con il balsamico ed erbaceo.. Talmente buono da rammaricarsi che si tratti di un assaggio..

Avanti con il crudo di gamberi di Mazzara, cialda e crema al pistacchio e pomodori verdi (innaffiati solo con acqua di mare per cui molto sapidi). Un piatto di notevole finezza. Mentre mi deliziavo con i gamberi crudi al tavolo a fianco mi incuriosiva il piatto che ahimè non potevo prendere essendo da sola: rigatoni cacio e pepe cotti in vescica di maiale.. Un’ora circa di cottura di tutti gli ingredienti cotti insieme in una sorta di vapore interno a questa palla di vescica che viene mescolata prima di essere aperta…I commensali l’hanno stra-gradita, ed io ho deciso che torno in compagnia la prossima volta perché DEVO assaggiarla!

Ho concluso la mia esperienza con degli spaghettoni al burro di Bepino Occelli con crumble di lievito. Da estasi!

Piccola pasticceria mai piccola, ovvero tagli al tavolo di un torrone artigianale al cioccolato bianco con frutta secca e canditi, tartufone cioccolato e liquore di anice e il ‘pongo’, val a dire un super mou da strappare a mano come caramella.
Dalla Tassoni, azienda di Salò, un ritorno alle origini con l’Acqua di Cedrata: 25 gradi di alcool e tanto bel sapore inconfondibile di Tassoni!

Abbiamo parlato tanto, di cibo vino ed esperienze, sorriso, assaggiato aceti balsamici e discusso sul presente e sul futuro delle nostre professioni. Avere a che fare con uomini, professionisti di questa portata, consapevoli ed umili, grandi e concreti, mi aiuta a pensare bene, in un mondo che ormai spesso pare solo di immagine e con poca sostanza.

Prima di andare via mi han regalato un pane appena sfornato. Domani sarà ancor più buono, ed io che sono figlia di panettieri apprezzo questo dono davvero tanto! Penso che se uno chef ti dona il suo pane ti sta donando l’elemento più sentito delle sue produzioni: immancabile e storico, presente ovunque ma sempre diverso con influenza regionale, considerabile come cibo a sé stante e come accompagnamento..un passe-partout per entrare nel cuore del commensale, dove profumo e sapore devono esaltare, mai coprire, ma emozionare.

La cosa più bella in assoluto? La frase di Riccardo mentre stavo uscendo ‘mi ha fatto piacere che sei venuta qua a casa nostra e hai mangiato con noi’.
Quando si va oltre la cucina, il vino, il lavoro e ci si concentra sull’umanità che il nostro operato può quotidianamente generare allora si è arrivati nel posto giusto. Questo, è il posto giusto per me.
Grazie ragazzi!

#lido84 #gardoneriviera #mylifeinheres #food #foodporn #wine#soloivinigiusti #happy #riccardocamanini #chef #myplaces

 

cama-4

cama3
Inserisci una didascalia

rigatoni #felicetti in vescica di suino, rognoncini di #coniglio con cozze

cama2

cama1
spaghetti #Felicetti con burro #occelli e lievito

Perdersi per ritrovarsi. 20.10.2014

Nel pomeriggio di oggi mi sono concessa un paio d’ore di libertà nella città più visitata del mondo. Complice il sole, l’aria frizzante di fine ottobre, mi infilo un impermeabile ed esco. La direzione la conosco bene, da anni la sogno..e chissà come non ci sono mai venuta prima nonostante i numerosi viaggi e le opportunità avute. L’animo cambia quando si ama, diventa sensibile; prima i suoni che destavano dal sopito vivere erano solo i passi pesanti, oggi invece ogni vibrazione ne propaga altre.. Ancora e ancora, come onde mosse da una sola goccia.

Guggenheim. Il sogno si avvera.
Non tolgo Einaudi dalle orecchie, anzi. Leggo quanto mi serve per capire ma ascolto in loop ‘Svanire’ e ho la voglia di perdermi nella musica e nei miei pensieri, in quella spirale che si avvita fino al soffitto facendomi sentire una piccolissima lumaca in un grande, immenso guscio. Salgo lentamente lo Ziggurat capovolto.

Le opere mobili non mi attraggono molto perché ho sete di colore. Arrivo al primo Van Gogh, ‘Mountains at Saint-Rèmy’ e lo divoro com gli occhi. Vado avanti.. Altri quadri altri colori.. ‘Haere Mai’ di Paul Gauguin, ‘Woman Ironing’ ovvero la stiratrice di Picasso che impietosisce con le sue ossa sporgenti ma manifesta incredibile forza in tutte le tonalità del blu, e ancora il ‘gruppo in crinolina’ di Vasily Kandinsky, che valeva il viaggio per quanto riesce a riempire gli occhi.
Proprio di Kandinsky mi colpisce il genio del dettaglio.. Nei dipinti di piccole dimensioni.. Le sue minuscole pennellate che diventano, viste di lontano, persone, animali, oggetti, definiti come immagini di istantanea scattata di lontano. E le Xilografie, le sue incisioni, dove l’arte sta nel togliere… Ma come è possibile mai per un pittore pensare di togliere? pensavo oggi…
È come se uno scrittore togliesse le parole o un musicista escludesse dei suoni! Ma quello che lui chiama xilografia ricorda proprio lo xilofono..la musica, che amava tanto, e questa difficilissima tecnica è la sintesi tra la musica e l’arte dove togliendo materiale fuoriesce il soggetto, dove il silenzio parla quanto il suono. Come lo capisco.

Proseguo ancora, persa nei miei viaggi e nelle letture sulla guida digitale. Einaudi ancora svanisce. Passeggiando incontro le forme movibili su sfondo nero di Tinguely, il muro di bottiglie di Henderikse, e mi ritrovo a bocca aperta davanti alle
follie che in questo bianco spiccano come macchie di vino su una tovaglia intonsa.. ossessioni cromatiche, muri di blu, squarci di rosso, suggestioni tattili, chiodi che spuntano, fuoco che non brucia ma colora, luci che riempiono il buio come lampi, vortici intangibili.

Esco dal museo con questo benessere e colma di gioia.. E ho la sensazione, non elusa, che il meglio debba ancora arrivare perché se la mente dell’uomo può arrivare a tanto la natura saprà di certo far di meglio. Il panorama davanti a me conferma.
La città ventosa e fresca sta dirigendosi verso il tramonto, io ho l’anima di una bambina. Vorrei vedere un altro museo,  vorrei condividere le sensazioni, ma dovrò accontentarmi di godere di quei momenti in un domani senza data.
Mi infilo in Central Park.
Il cielo è di un blu che manco Kandinsky aveva sulla tavolozza, l’autunno fa la corte alle foglie che arrossiscono, i bambini giocano nel parco con i genitori, gli scoiattoli corrono qui e là, un ragazzo che segue la mia direzione mi sorride e mi supera camminando velocemente: porta tra le mani una busta con scritto ‘Love’ e nel cuore qualcosa di più grande; bolle di sapone dei bambini, barchette nel lago, chi fa sport e chi sta seduto su un plaid ascoltando musica, chi suona il sax per racimolare qualche spiccio. Tutto questo con dei colori che non so nemmeno raccontare.
Color nostalgia.

Non so se il progetto dello Ziggurat, della Torre di Babele capovolta del Guggenheim che dovrebbe unire tutti i popoli sotto una forma di cultura, oggi possa averne portata in me un poco, ma sono certa che le emozioni sentite sono assolutamente da ricordare.
Perdersi per ritrovarsi.
Questo ho imparato.

Sentirsi Dédie

Domenica pomeriggio qualunque, passeggio con Modigliani.

Non si può restare indifferenti davanti alla bellezza di quei riconoscibili volti oblunghi con i loro occhi colmi del nulla, entità vacue la cui fisicità rappresenta bellezza estrema, estetica allo stato puro.

Incontro per primo il ragazzo dai capelli rossi; nelle tinte pastello dei suoi abiti e del suo volto vi sono ritorni cromatici che tracimano tra sedia e vestiti e mani, da sopra a sotto, gli occhi grigi sono lo specchio del vuoto intorno, della parete, e non vi sono espressioni che possano suggerire uno stato d’animo. Lui è solo, mani poggiate sulle proprie cosce, a colmarsi del nulla della vita. Chiunque può immedesimarsi in questo omino dalle evidenti orecchie sporgenti, intento a non fare niente. Lo stesso autore, tubercolotico e povero, avrà rivisto la sua figura in quell’attimo fisicamente inerte dove solo il pensiero è sovrano.

Vado oltre, saltello tra opere in pastello sino ad incontrare il Nudo Allungato. Una figura di unico tratto. Una linea di corpo sola, come un getto di lapis blu. E poi, lo studio simmetrico del volto. Una perfezione commovente e ricercata, la figura esce dalla tela come fosse una incisione orizzontale, asessuata ma sensuale, come l’opera antistante, Ermafrodito, con le sue movenze fanciullesche e la goffaggine del suo esser un chiunque.

La Donna seduta invece ha un occhio solo che vede: è un occhio che ha il colore dell’ombra. Nel suo guardare quel qualcosa vi sono asimmetrie e regolarità che richiamano il tratto distintivo dell’artista, evidente è il significato più profondo che emerge, che solo una donna conscia di esser tale può intendere. Si riprende la frase ‘perché con un occhio guardi il mondo, e con l’altro guardi dentro di te’. L’equilibrio tra verità e convinzioni, accettazione, a volte, compromesso altre.

Le contaminazioni di gusto africano sono persistenti, e gli artisti presentati per corrente di gusto o scuola francese sono una scoperta da approfondire. Brâncuşi e la sua donna che si guarda allo specchio mi stupisce, nella sua finezza che poco si discosta dall’amato Rodin, benché frutto di corrente reazionaria filo-Gauguin e pertanto antitetica rispetto allo scultore eccellente.

Seguito la mostra, I quadri bohème.. Chagall, Soutine. Il primo soprattutto con la sua casa nel viale, olio su tela, olio crudo e verde, in tutte le sfumature e per tutte le profondità, anche nel focolare al termine del viale. Immagine con colore vivido da trasmettere movimento della natura che la tela accoglie, e la cornice diventa uno schermo, e quel che si vede all’interno è uno spettacolo dove solo le nuvole e il cielo sono sprazzi grigio blu, quasi impercettibili, quasi inutili. In un ritratto di famiglia poi, in un abbozzo di tela grezza, si spostano simbolismi interpretabili sull’amore, le unioni e la fedeltà, l’impegno devoto familiare, cultura ed esoterismo, in una condizione di tempo scandito dalla pendola che ricorda il passato e rintoccherà ogni futuro.

Come sempre, non riesco neppure ad affacciarmi ai significati delle opere cubiste. Ne rimango estasiata ed attratta dalle successioni cromatiche e geometriche ma non riesco realmente a possederle. Mi mancano gli sguardi, gli oggetti che sbucano quasi muovendosi, nella perfezione della loro definizione e luminosità di colore a olio.

Limite o paura, mi allontano da questi quadri come un qualcosa di occulto avesse guidato le mani del loro autore, come se le droghe o l’alcol che potenzialmente lo stesso avesse assunto dovessero finirmi in corpo tramite il bulbo oculare: la mia visione si sforza, ci prova, giunge quasi a decifrarli..e infine il timore ha il sopravvento. In questa fuga, cercando sollievo, mi imbatto negli occhi della Donna con scialle di Kisling. Sono occhi che non dimentichi, quelli. Sono quelli che ogni donna desidererebbe avere, grandi e neri. Un viso semplice e piccolo il suo, un muro e tante foglie verdi dietro lei, un corpo minuto, con uno scialle colorato. Ma nei suoi occhi si vede l’infinito; ti catturano e in un attimo ti trovi in una strana Isola asiatica, con questa donna dai tratti semi-orientali che ti accompagna in un mondo colorato, nella compostezza tipica di questo popolo che ha tanta storia alle spalle, molta vita da raccontare.

Ma è l’ultimo incontro quello più saliente, il Ritratto di Dédie. Cosa ci sia esattamente dietro quel viso non l’ho davvero capito. Lo sguardo pare malinconico.. E se fosse rassegnato? Le mani in quella posa, sono mani di attesa speranzosa o sinonimo di contenimento di tensione? Credo sia uno sguardo irripetibile, come il sorriso della Gioconda. Dédie nelle mie mani diventa una donna che attende l’amato, un soldato al fronte. I suoi pensieri spaziano, tra il desiderio di rivederlo e l’ansia del pericolo che sta affrontando, l’incapacità di essere utile a se stessa, in quel momento, ad esaudire il sogno della vita. È bella lei, si è truccata le labbra e fatta una bella acconciatura; lo fa tutti i giorni, aspettando il suo ritorno. Quante cose vorrebbe dire lei con quell’espressione; quante lettere ha scritto, quanti giorni da mattino a sera vestendo quel velo di belletto avrà da raccontargli prima o poi.

Se La osservi, e la osservi bene, la sola cosa che ti viene da dire è ‘tornerà’, per alleviare le pene sue di lei, ed anche le tue.

Tournent les années, rien à regretter.. Bienvenu 2017

2016 anno denso, a volte quasi torbido.
2016 che ha portato tutti i frutti di un anno bisestile, benché non sia superstiziosa.
2016 di mostri che sono tornati a destarmi nella notte, impaurirmi nelle solitudini del giorno.
Ma 2016 in cui alla fine tutto è “andato bene così”, nelle semine fatte, nei frutti raccolti, nel riscoprire energie sopite, nel ritrovare il senso della speranza, la fatica della lotta, l’attaccamento alla famiglia, alla vita, al lavoro, al destino.
2017, ti aspetto ormai, certa sarai più clemente del tuo predecessore, e se non lo sarai, sappi che ho recuperato le forze, la determinazione, la rabbia e, di ritorno, la pace interiore.
Perché caro 2017, ora che ti vedo lì alla porta ad aspettarmi preferisco avvisarti e non illuderti..Sei solo il primo di tutti quelli che verranno, e potrai scegliere di essere buono o meno, felice o meno.. io lo sarò comunque, perché sei solo uno dei tanti del futuro, uno tra tanti di quelli che porterò addosso.

‘Another year you made a promise, another chance to turn it all around and do not save this for tomorrow. Embrace the past and you can live for now and I will give the world to you. Speak louder than the words before you, and give them meaning no one else has found. The role we play is so important, we are the voices of the underground and I would give the world to you, say everything you’ve always wanted, be not afraid of who you really are, ‘cause in the end we have each other and that’s at least one thing worth living for…

This is the new year, a new beginning…’ – A BIG GREAT WORD

19.08.2016

Da tanti anni, ogni 19 agosto è tempo di riflessioni.

Ho riso tanto, pianto un poco, sbagliato mille volte e a volte avuto ragione, ho amato sempre e sono stata amata tanto, ho messo i conti in chiaro con il destino ogni giorno, ci ho provato sempre, ci sono riuscita spesso…

E per qualunque cosa sono grata: per il mattino che si leva con me, per un lavoro che amo, per affetto incondizionato di chi mi sopporta, per i genitori stupendi che mi hanno dato tutto, per me stessa nelle mie imperfezioni: senza la mia vera indole, senza le persone che ho scelto o mi hanno per fortuna scelta non sarei nessuno, e seppur sia una formica sono riconoscente a tutti coloro che mi fanno sentire una gigante.

Domani nuovo traguardo, non ho paura di un anno in più perché è solo la somma dei miei giorni. E i miei giorni sono stati, nel bene e nel male, tutti stupendi!

Buon compleanno a me! Che domani non so chi sarò, ma oggi so di essere FELICE! ❤️img_4908

acrobazie

Le luci forti, il trucco di scena e il costume la aspettavano, come ogni giorno, dal tardo pomeriggio.

La sua vita era un ripetersi di azioni che partivano al mattino, con sveglia alle 7, tra il barrire di elefanti affamati che ben si udivano attraverso quel baraccone di acciaio coperto di murales, che lei chiama da sempre ‘casa’.
Si alzava per prima tra gli acrobati, sfilava la maglietta e si metteva sotto il fiotto di acqua bollente. Una doccia veloce, un caffè e poi mezz’ora di stretching, aspettando di portare la testa tra le nuvole.
Era un modo di dire il suo, ma da quando era bambina aveva coscienziosamente scelto qualcosa che nessun altro famigliare aveva voluto fare tra le acrobazie circensi ovvero il trapezio, nonostante la pericolosità e la difficoltà, e la passeggiata sul filo come ulteriore chance. L’importante per lei era stare in cielo, tra le nuvole.
Volteggiava tra le due aste come una rondine, piroettava e si dondolava in un agio totale; la rete che poche volte l’aveva accolta era solo uno scrupolo per l’allenamento. Minuta, caparbia e temeraria, era affascinata dalla complessità di esercizi che richiedono ore di pratica ed alta concentrazione, il mondo era ai suoi piedi quando lei era lassù, si sentiva una piccola Dea dominatrice del mondo.
Quando lavori di sera e ti alleni di giorno, vivi in una casa che si muove ogni settimana, non hai un lavoro ‘reale’ e stabile, le amicizie si riducono a quelle lavorative e la vita comincia ogni mattina con la sveglia e finisce con il sipario calato. Non ci sono spettatori che tu possa conoscere stando lassù e non ci sono applausi più forti che facciano battere il cuore. Volteggi per il piacere degli occhi di tanti, voli per la gioia di nessuno in particolare.
Da qualche settimana un altra persona stava allenandosi al trapezio, il figlio di un amico di altro circo, entrato a far parte del loro gruppo in previsione di una fusione tra le due realtà. Era molto bravo e molto disciplinato. Fu lui a chiederle se era interessata a fare un numero in coppia. Sulle prime rimase stupita: aveva sempre lavorato da sola sino ad allora, ma capì che se non avesse provato avrebbe posto un limite a se stessa, e non voleva di certo darla vinta all’abitudine!
Cominciarono a lavorare sul loro numero quel giorno stesso dopo quel ‘si’ poco convinto; provavano tutti i pomeriggi, per settimane, e cambiavano ‘figure’ e studiavano nuovi lanci la sera seduti davanti a un caffè dopo aver fatto lo spettacolo, con trucco ancora indosso e l’accappatoio a coprire il fresco notturno. Quando ebbero finito di studiare, cambiare e provare, fissarono la data per la prima uscita di coppia. Stava nascendo complicità ed era molto bello poter pensare in due quel che prima lei elaborava in solitaria.
Mentre i carrozzoni si spostavano tra le città, lo spettacolo acquisiva consensi e tra loro nasceva un’intesa sempre più stretta, come avviene tra coloro che danzano o cantano insieme. Un pomeriggio durante le prove, lui le disse che la sera dopo si sarebbero esibiti in un luogo che per lui era molto famigliare: era stato il posto dove aveva vissuto più a lungo e gli spiaceva quasi di andar lì perché da sempre evitava di tornarvi.
La sera successiva prima dello spettacolo lei chiese che venisse posta la rete: solitamente non la posizionavano, temerari e incoscienti, ma quella sera si sentiva che sarebbe stata necessaria. Lui vedendo questo si arrabbiò moltissimo, chiedendo spiegazioni a riguardo a gran voce. Lei capì che le ‘sensazioni’ non bastavano per cui disse che non si sentiva molto in forma, e per puro scrupolo, gradiva averla. Accettò innervosito come in preda ai deliri di onnipotenza di una primadonna, e si chiuse nel suo stanzino per sistemarsi.
Uno sguardo tra i due prima di cominciare: lei gli disse ‘mi perdoni per la rete?’ e lui disse  sorridendo ‘stai meglio?’ togliendo quel poco di espressione corrucciata che ancora aveva. Volavano, come sempre, tra le nuvole e le luci. Le gambe appese, i sorrisi al pubblico, i costumi luccicanti.
Il numero era quasi terminato.
Lei alzò le braccia dalla sua posizione di massima vicinanza, come sempre, si lanciò nel vuoto per essere presa, ma lui perse quell’istante.; rimase frazioni di secondo sospesa nel nulla, come un angelo con le braccia tese.
Cadde con grazia tra gli ‘oh’ stupiti del pubblico. Giunse a capo della rete, capriola per scendere, inchino finale, mentre a terra all’altezza del volto abbassato la terra battuta si bagnava di lacrime che nessuno poteva vedere. Un bel sorriso finto e sparì correndo nella notte.
La cercò a lungo, senza trovarla.
Non si dava pace per il suo errore e non capiva perché non avesse risalito la scala e non avesse ritentato subito, come solitamente accade, per soddisfazione propria e del pubblico.
Al risveglio al mattino andò subito dalla sua roulotte, ma lei non c’era. La trovò sul filo, con un ombrellino in mano, che passeggiava tra le nuvole.
Attese a lungo che lei scendesse e poi con aria mesta la raggiunse e si scusò: le disse che si era trattato di una disattenzione, che aveva ragione lei ad aver posto la rete ed era stato stupido ad arrabbiarsi.
Lei rispose ‘io ho sempre volato da sola. Ho volato sola in tutto il mondo, in ogni luogo, amato o meno, da quando sono bambina. Ti ho accolto nel numero che era un tempo solo mio, la mia vita era appesa alle tue braccia e mi aggrappavo pensando fossero sicure’
Lui disse ‘perché non capisci, quel luogo e certe persone qui, sono state la causa della distrazione’
Se altri luoghi, altre persone, ti impediscono di vedere due braccia che si fidano di te, allora non meriti di volare con esse.
Passò del tempo. Il numero oggi si esegue con la rete come condizione costante, continua ad avere successo.
Il numero più bello del circo però resta quello della funambola con l’ombrellino.umbrella

cuore o fegato

Camminavano lentamente, fianco a fianco, in quel parco fuori città, in un silenzio profondo tanto da camuffarne anche il respiro, nascosto nel fruscio delle foglie secche carezzate dai piedi.

Lui era già stato lì, gli alberi intorno ben conoscevano ogni suo pensiero, rimorso e lacrima, tutte le sensazioni che lo avevano accompagnato in quella dolorosa scelta. Era giunto il momento di esser uomo e decidere per la propria vita, per quanto doloroso fosse, di voltare pagina.

Sussultò quando lei mise la mano nell’incavo del suo braccio, risvegliato da quella fisicità che ben conosceva, che era la ricerca di sicurezza mista ad affetto e famigliarità. Sentendo quel tocco pensò a tutti i momenti passati insieme in quella vita che pare scorra solo per gli altri.. Gli sguardi d’amore, quelli di tristezza per le avversità che la vita aveva loro imposto, di ammirazione nei giorni delle vittorie scolastiche e sportive, di rimprovero per il suo carattere a volte davvero insopportabile, ma che lei sapeva infine sempre perdonare. E ancora, le risate a crepapelle e il suo modo buffo di stare al mondo, le cene insieme prima quotidiane ed oggi saltuarie, per quel lavoro che lo assorbiva, per quella relazione che lo vincolava.

Tutto sarebbe cambiato da quel momento ma non sapeva come dirglielo, e non sapeva neppure se lo avrebbe capito, accettato.
Si sarebbero ancora visti spesso? Quando? E avrebbero potuto stare bene entrambi? Come sarebbero cambiate le loro vite? Come sarebbe stato, dopo tanti anni, svegliarsi senza il suono della sua voce?

Lei, dal canto suo, portava a spasso il suo sorriso segnato, cercando nella mente qualcosa che ancora non trovava, tra pensieri sottili come fili di lana, che si annodano e infine si spezzano. Era certamente piacevole passeggiare così. Con quel bel giovanotto a braccetto, un cappellino beige elegante e un impermeabile per la mezza stagione, che lui aveva detto ‘ti sta così bene’. Quello lo ricordava, sì. Le piaceva tanto sentirsi bella, e che lui la vedesse così.

Intanto la passeggiata era finita, il momento era giunto: arrivati davanti ad una panchina, lui la pregò di sedersi ed attendere qualche istante.

Poggiò la sacca da viaggio come fosse il peso più grande mai portato, ma dentro vi erano poche cose: una vestaglia, una tuta, un paio di ciabatte, un necessaire per il bagno, qualche rivista, una fotografia di loro due, insieme.

L’infermiera lo trattò in modo molto cordiale, probabilmente tante volte aveva visto questa scena e aveva imparato a convivere con questo strano e sordo dolore.

Andò ad accogliere la di lui madre con un sorriso, e lei pensò che era bella questa ragazza vestita di bianco, somigliava a un angelo… Forse un giorno le avrebbe prestato il suo impermeabile. Si chiese se anche quel bel ragazzo che la aveva accompagnata la conoscesse. O forse erano fidanzati, o fratello e sorella. Non aveva certezze, ma si lasciò condurre nella sua camera.
L’infermiera le fece notare quanta luce illuminava la stanza, ma nel contempo se avesse desiderato riposare vi era anche il modo di oscurare la camera con delle bellissime tende di colori sgargianti. Il letto saliva e scendeva come una giostra ed il bagno era grande ma con un solo mobile specchio sopra il lavabo. Ogni giorno si sarebbero occupate, lei e una collega, di fornire medicine e di accompagnarla ad una sala ristorante; se gradiva partecipare alle attività sociali, il pomeriggio si giocava a burraco, la sera si vedeva la tv tutti insieme e infine un sabato ogni 3 vi era aperta la balera sino alle 22. Detto questo, li lasciò soli.

Rimasero madre e figlio occhi negli occhi, i primi colmi di domande, i secondi sfuggenti e imbarazzati, e mentre lui sentiva che gli argini delle palpebre erano troppo sottili per contenere il fiume di lacrime che lo avrebbe certamente affogato, lei gli disse con voce tremula ‘aiutami, per favore’.
Voleva sedersi su una poltrona accanto al letto, ed intanto la sua voce continuò ‘quando eri piccolo un pomeriggio giocando ti eri sbucciato le ginocchia. Non era grave ma tu cercavi sempre di esser coccolato e quindi per qualche ora avevi fatto il malato, e mi chiedevi per ogni cosa ‘mamma aiutami, per favore’. Oggi tocca a te rendermi il favore, è giusto, no?”, e così concluse con un sorriso.
Lui non ricordava questo episodio ma, come spesso accadeva, i lampi di lucidità della madre riesumavano ricordi di cui solo lei era depositaria, e che la sua malattia gradualmente occultava.
Il tempo di cercare nell’armadio un cuscino, e voltandosi da li poté osservarla, nella luce del giorno, mollemente seduta, persa nel nulla dei suoi pensieri scomposti.

La sistemò bene sulla poltrona, mise ogni cosa al suo posto chiudendo poi la sacca e riponendola nell’armadio, come si fa quando si giunge in vacanza.
Le posò un bacio sulla mano, uno sulla fronte e le disse, ‘ci vediamo tra un paio di giorni, mamma’.

Lei, sbattendo piano le palpebre mentre riceveva quel dono d’affetto, fece si con la testa, tornando subito nel suo mondo di ovatta. Era un bel ragazzo, chissà qua l’era il suo nome.

Chiuse dietro di sé la porta; il cuore un puntaspilli rigonfio. Ringraziò dentro sé che nessuno fosse all’accoglienza e che la porta davanti a lui fosse libera e che per tutto il lungo viale che si apriva di fronte a lui non vi fosse anima viva che potesse raccontare di come un uomo può piangere e barcollare di dolore per l’abbandono dell’unica donna che sino ad allora lo avesse amato realmente.

Rimase a lungo seduto su una delle panchine di quel parco. Si chiese se a quell’ora avesse cenato ormai, se avesse preso le medicine, se avrebbe dormito la notte, se aveva capito quello che era avvenuto in quel timido giorno di autunno, se ricordasse il suo proprio nome, se ricordasse che lui era suo figlio.

Tornato a casa vide lampeggiare dei messaggi nella segreteria, ma non li ascoltò. Tolse anche i toni del cellulare perché in un giorno come quello non vi erano parole da spendere con nessuno. Non voleva sentire lei che lo aveva spinto ad accelerare tutto questo, adducendo a quanto più facile sarebbe stata la loro vita, a quanto sua madre sarebbe stata meglio seguita da una equipe medica, allo scarso comfort della vita casalinga per una persona anziana.

Si sentiva solo in quella casa senza lei, e capì che aveva dovuto fare l’uomo per prendere questa gravosa decisione, ma che oggi, nonostante i suoi 40 anni, vorrebbe tornare ad essere quel bambino con le ginocchia sbucciate chiedeva aiuto per ogni cosa.

Nessuno ci insegna quale sia la giusta scelta, il perfetto equilibrio tra razionalità ed amore. Vivendo mischiamo il coraggio delle decisioni ai sacrifici delle rinunce, la forza di volontà per essere giusti, ed una quantità di gioie e rimpianti.

La ricetta non esiste; chi cucina il cuore, chi cucina il fegato.