Perdersi per ritrovarsi. 20.10.2014

Nel pomeriggio di oggi mi sono concessa un paio d’ore di libertà nella città più visitata del mondo. Complice il sole, l’aria frizzante di fine ottobre, mi infilo un impermeabile ed esco. La direzione la conosco bene, da anni la sogno..e chissà come non ci sono mai venuta prima nonostante i numerosi viaggi e le opportunità avute. L’animo cambia quando si ama, diventa sensibile; prima i suoni che destavano dal sopito vivere erano solo i passi pesanti, oggi invece ogni vibrazione ne propaga altre.. Ancora e ancora, come onde mosse da una sola goccia.

Guggenheim. Il sogno si avvera.
Non tolgo Einaudi dalle orecchie, anzi. Leggo quanto mi serve per capire ma ascolto in loop ‘Svanire’ e ho la voglia di perdermi nella musica e nei miei pensieri, in quella spirale che si avvita fino al soffitto facendomi sentire una piccolissima lumaca in un grande, immenso guscio. Salgo lentamente lo Ziggurat capovolto.

Le opere mobili non mi attraggono molto perché ho sete di colore. Arrivo al primo Van Gogh, ‘Mountains at Saint-Rèmy’ e lo divoro com gli occhi. Vado avanti.. Altri quadri altri colori.. ‘Haere Mai’ di Paul Gauguin, ‘Woman Ironing’ ovvero la stiratrice di Picasso che impietosisce con le sue ossa sporgenti ma manifesta incredibile forza in tutte le tonalità del blu, e ancora il ‘gruppo in crinolina’ di Vasily Kandinsky, che valeva il viaggio per quanto riesce a riempire gli occhi.
Proprio di Kandinsky mi colpisce il genio del dettaglio.. Nei dipinti di piccole dimensioni.. Le sue minuscole pennellate che diventano, viste di lontano, persone, animali, oggetti, definiti come immagini di istantanea scattata di lontano. E le Xilografie, le sue incisioni, dove l’arte sta nel togliere… Ma come è possibile mai per un pittore pensare di togliere? pensavo oggi…
È come se uno scrittore togliesse le parole o un musicista escludesse dei suoni! Ma quello che lui chiama xilografia ricorda proprio lo xilofono..la musica, che amava tanto, e questa difficilissima tecnica è la sintesi tra la musica e l’arte dove togliendo materiale fuoriesce il soggetto, dove il silenzio parla quanto il suono. Come lo capisco.

Proseguo ancora, persa nei miei viaggi e nelle letture sulla guida digitale. Einaudi ancora svanisce. Passeggiando incontro le forme movibili su sfondo nero di Tinguely, il muro di bottiglie di Henderikse, e mi ritrovo a bocca aperta davanti alle
follie che in questo bianco spiccano come macchie di vino su una tovaglia intonsa.. ossessioni cromatiche, muri di blu, squarci di rosso, suggestioni tattili, chiodi che spuntano, fuoco che non brucia ma colora, luci che riempiono il buio come lampi, vortici intangibili.

Esco dal museo con questo benessere e colma di gioia.. E ho la sensazione, non elusa, che il meglio debba ancora arrivare perché se la mente dell’uomo può arrivare a tanto la natura saprà di certo far di meglio. Il panorama davanti a me conferma.
La città ventosa e fresca sta dirigendosi verso il tramonto, io ho l’anima di una bambina. Vorrei vedere un altro museo,  vorrei condividere le sensazioni, ma dovrò accontentarmi di godere di quei momenti in un domani senza data.
Mi infilo in Central Park.
Il cielo è di un blu che manco Kandinsky aveva sulla tavolozza, l’autunno fa la corte alle foglie che arrossiscono, i bambini giocano nel parco con i genitori, gli scoiattoli corrono qui e là, un ragazzo che segue la mia direzione mi sorride e mi supera camminando velocemente: porta tra le mani una busta con scritto ‘Love’ e nel cuore qualcosa di più grande; bolle di sapone dei bambini, barchette nel lago, chi fa sport e chi sta seduto su un plaid ascoltando musica, chi suona il sax per racimolare qualche spiccio. Tutto questo con dei colori che non so nemmeno raccontare.
Color nostalgia.

Non so se il progetto dello Ziggurat, della Torre di Babele capovolta del Guggenheim che dovrebbe unire tutti i popoli sotto una forma di cultura, oggi possa averne portata in me un poco, ma sono certa che le emozioni sentite sono assolutamente da ricordare.
Perdersi per ritrovarsi.
Questo ho imparato.

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