acrobazie

Le luci forti, il trucco di scena e il costume la aspettavano, come ogni giorno, dal tardo pomeriggio.

La sua vita era un ripetersi di azioni che partivano al mattino, con sveglia alle 7, tra il barrire di elefanti affamati che ben si udivano attraverso quel baraccone di acciaio coperto di murales, che lei chiama da sempre ‘casa’.
Si alzava per prima tra gli acrobati, sfilava la maglietta e si metteva sotto il fiotto di acqua bollente. Una doccia veloce, un caffè e poi mezz’ora di stretching, aspettando di portare la testa tra le nuvole.
Era un modo di dire il suo, ma da quando era bambina aveva coscienziosamente scelto qualcosa che nessun altro famigliare aveva voluto fare tra le acrobazie circensi ovvero il trapezio, nonostante la pericolosità e la difficoltà, e la passeggiata sul filo come ulteriore chance. L’importante per lei era stare in cielo, tra le nuvole.
Volteggiava tra le due aste come una rondine, piroettava e si dondolava in un agio totale; la rete che poche volte l’aveva accolta era solo uno scrupolo per l’allenamento. Minuta, caparbia e temeraria, era affascinata dalla complessità di esercizi che richiedono ore di pratica ed alta concentrazione, il mondo era ai suoi piedi quando lei era lassù, si sentiva una piccola Dea dominatrice del mondo.
Quando lavori di sera e ti alleni di giorno, vivi in una casa che si muove ogni settimana, non hai un lavoro ‘reale’ e stabile, le amicizie si riducono a quelle lavorative e la vita comincia ogni mattina con la sveglia e finisce con il sipario calato. Non ci sono spettatori che tu possa conoscere stando lassù e non ci sono applausi più forti che facciano battere il cuore. Volteggi per il piacere degli occhi di tanti, voli per la gioia di nessuno in particolare.
Da qualche settimana un altra persona stava allenandosi al trapezio, il figlio di un amico di altro circo, entrato a far parte del loro gruppo in previsione di una fusione tra le due realtà. Era molto bravo e molto disciplinato. Fu lui a chiederle se era interessata a fare un numero in coppia. Sulle prime rimase stupita: aveva sempre lavorato da sola sino ad allora, ma capì che se non avesse provato avrebbe posto un limite a se stessa, e non voleva di certo darla vinta all’abitudine!
Cominciarono a lavorare sul loro numero quel giorno stesso dopo quel ‘si’ poco convinto; provavano tutti i pomeriggi, per settimane, e cambiavano ‘figure’ e studiavano nuovi lanci la sera seduti davanti a un caffè dopo aver fatto lo spettacolo, con trucco ancora indosso e l’accappatoio a coprire il fresco notturno. Quando ebbero finito di studiare, cambiare e provare, fissarono la data per la prima uscita di coppia. Stava nascendo complicità ed era molto bello poter pensare in due quel che prima lei elaborava in solitaria.
Mentre i carrozzoni si spostavano tra le città, lo spettacolo acquisiva consensi e tra loro nasceva un’intesa sempre più stretta, come avviene tra coloro che danzano o cantano insieme. Un pomeriggio durante le prove, lui le disse che la sera dopo si sarebbero esibiti in un luogo che per lui era molto famigliare: era stato il posto dove aveva vissuto più a lungo e gli spiaceva quasi di andar lì perché da sempre evitava di tornarvi.
La sera successiva prima dello spettacolo lei chiese che venisse posta la rete: solitamente non la posizionavano, temerari e incoscienti, ma quella sera si sentiva che sarebbe stata necessaria. Lui vedendo questo si arrabbiò moltissimo, chiedendo spiegazioni a riguardo a gran voce. Lei capì che le ‘sensazioni’ non bastavano per cui disse che non si sentiva molto in forma, e per puro scrupolo, gradiva averla. Accettò innervosito come in preda ai deliri di onnipotenza di una primadonna, e si chiuse nel suo stanzino per sistemarsi.
Uno sguardo tra i due prima di cominciare: lei gli disse ‘mi perdoni per la rete?’ e lui disse  sorridendo ‘stai meglio?’ togliendo quel poco di espressione corrucciata che ancora aveva. Volavano, come sempre, tra le nuvole e le luci. Le gambe appese, i sorrisi al pubblico, i costumi luccicanti.
Il numero era quasi terminato.
Lei alzò le braccia dalla sua posizione di massima vicinanza, come sempre, si lanciò nel vuoto per essere presa, ma lui perse quell’istante.; rimase frazioni di secondo sospesa nel nulla, come un angelo con le braccia tese.
Cadde con grazia tra gli ‘oh’ stupiti del pubblico. Giunse a capo della rete, capriola per scendere, inchino finale, mentre a terra all’altezza del volto abbassato la terra battuta si bagnava di lacrime che nessuno poteva vedere. Un bel sorriso finto e sparì correndo nella notte.
La cercò a lungo, senza trovarla.
Non si dava pace per il suo errore e non capiva perché non avesse risalito la scala e non avesse ritentato subito, come solitamente accade, per soddisfazione propria e del pubblico.
Al risveglio al mattino andò subito dalla sua roulotte, ma lei non c’era. La trovò sul filo, con un ombrellino in mano, che passeggiava tra le nuvole.
Attese a lungo che lei scendesse e poi con aria mesta la raggiunse e si scusò: le disse che si era trattato di una disattenzione, che aveva ragione lei ad aver posto la rete ed era stato stupido ad arrabbiarsi.
Lei rispose ‘io ho sempre volato da sola. Ho volato sola in tutto il mondo, in ogni luogo, amato o meno, da quando sono bambina. Ti ho accolto nel numero che era un tempo solo mio, la mia vita era appesa alle tue braccia e mi aggrappavo pensando fossero sicure’
Lui disse ‘perché non capisci, quel luogo e certe persone qui, sono state la causa della distrazione’
Se altri luoghi, altre persone, ti impediscono di vedere due braccia che si fidano di te, allora non meriti di volare con esse.
Passò del tempo. Il numero oggi si esegue con la rete come condizione costante, continua ad avere successo.
Il numero più bello del circo però resta quello della funambola con l’ombrellino.umbrella
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