Awake my soul

Che cosa posso raccontare di quanto mi sta succedendo in questo momento?

Mi avvalgo della difficoltà per mettermi a nudo, e cercare di mettere ordine nei cassetti dell’anima che, dopo le vicissitudini degli ultimi mesi (che avrebbero messo in ginocchio qualunque gigante, per cui mi considero fortunata ad essere qui a scriverne), sono pieni di confusione e polvere che mi leva il respiro.

Innanzitutto, ho capito quanto vale la vita. Pare un ovvietà, ma quando ti trovi a tu per tu con la possibilità concreta di morire per pochi minuti, e senza sapere se ti salverai perché ti trovi tra le nuvole, beh.. ti attacchi al desiderio di futuro e felicità con una forza che manco pensavi di avere.

Quanto accaduto dopo, tra l’ospedalizzazione e la degenza casalinga, riorganizza le priorità, le seleziona. Ti porta a pensare alle cose che realmente desideri, alle persone che vuoi o vorresti avere intorno, e scopri anche l’affetto di persone che credevi marginali, oppure che sentivi lontane causa frenesia dei nostri tempi. Altre, le allontanerai tu, vedendo quanto poco hanno da dare seppur tanto abbiano preso.

Banalmente riscopri i colori e i suoni, che prima erano semplicemente attutiti e stanchi di quotidianità.

In tutto questo capita anche di pensare all’amore.

E con altrettanta semplicità ho definitivamente capito che le relazioni umane sentimentali sono le più difficili da gestire, se comparate con quelle professionali, ove quotidianamente trovo modo e mediazione.

La relazione sentimentale è fatta di emozioni che si mischiano a paure ed aspettative che spesso entrambi i partner non sanno gestire; si affrontano e si prosegue, oppure si muore, prima come “io” e poi inevitabilmente come “noi”.

L’inizio del rapporto è una vera e propria scoperta: ogni movenza, ogni lembo di pelle ed ogni pensiero è edulcorato dalla nostra volontà di rendere tua la persona che ti sta a fianco. Non vi sono fastidi o contaminazioni caratteriali, no… si ha solo voglia di mostrarsi al meglio e di vedere il meglio dell’altro. Si passa oltre ogni fastidio, si cela ogni perplessità, cullati dal desiderio.

Con il passare del tempo, si ripropongono però i fantasmi delle nostre esperienze passate, le aspettative che irrazionalmente la nostra mente produce presentano il conto.

Così, senza che neppure ci si renda conto, ci sono coloro che sviluppano gelosie e morbosità pensando questo ripari da tradimenti,  coloro che passano al totale disinteresse dando per scontata la presenza della conquista ormai assodata, coloro che cominciano a cercare i tratti seccanti di coloro che precedente avevano amato nella persona che oggi è loro accanto, in una specie di distruttiva ed inutile “caccia al difetto”. Per citare solo qualche casistica.

L’amore di coppia (sebbene personalmente non abbia ancora ben definito come possa essere catalogato, ed eventualmente evitato) è un tipo di sentimento che si fonda sul credo in un altro, sconosciuto sino a poco prima; l’animo ci spinge a desiderare di dar tutto, in lotta con il razionale timore di aprirci completamente, mostrarci realmente per quel che siamo, nell’ansia di non essere esattamente quanto lui credeva o sperava, spaventati dal mondo oscuro di conoscenze e esperienze che lo avvolge e lo ha guidato prima del nostro arrivo, nell’insicurezza che prima o poi giunga qualcuno migliore di noi ai suoi occhi.

Siamo cresciuti nelle braccia di amori differenti, che sono quelli familiari; lì i nostri aguzzi spigoli caratteriali non sono mai stati un problema, perché il legame di sangue passa oltre la fiducia. In virtù di quel tacito patto genetico, in casi estremi di tradimento delle attese, si viene comunque perdonati, o se di torto subito si tratta, si soffre per l’onta finché questa passa in secondo piano rispetto al dolore della lontananza emotiva con chi da sempre ha fatto parte della nostra vita.

Nell’amore di coppia non esiste nessuna reciprocità se non quella creata tra i due, nel modo e nel tempo che ci si è dedicati; terminato questo spazio, ciascuno può pensare di riprendersi la propria vita conservando quanto di buono ci si è donati, lasciando che le difficoltà riemergano forse sotto forma di paure, ahimè, per colui che dopo prenderà il posto vacante nel cuore.

Al termine di tutte le compressioni psico-emotive, puoi uscirne come una persona completamente mutata, migliorata in alcuni aspetti, certamente snaturata rispetto al tuo precedente essere, al tuo reale essere.

Quello che però non bisognerebbe mai scordare, è che nei nostri confronti abbiamo il dovere di onestà e di rispetto, perché siamo tutto ciò che ci appartiene, colmi dei nostri pregi e difetti che dobbiamo riconoscere spassionatamente mettendoci a nudo, valorizzando i primi e cercando di “correggere” i secondi se possibile, ma palesandoci la loro reale identità, senza sconti.

La stessa forma di onestà va estesa al partner scelto, perché il tempo è galantuomo, e la nostra vera identità presto emergerà, nelle sue bellezze ed imperfezioni, e potrà cambiare tutto il gioco… E mentre tu starai ancora pensando di giocare a Bridge, chi ami sarà seduto con il mazzo da briscola, quello nuovo, che gli hai dato tu.

Nei nostri confronti, soprattutto, abbiamo il DOVERE DI FELICITA’. Sebbene il concetto di questa possa, come quello dell’amore, esser difficilmente identificabile e raramente raggiungibile, la sua ricerca è il solo elemento che deve guidarci, in ogni ambito.

In questo shaker emozionale, ho scelto di guardare il tramonto non come la scomparsa del sole e la fine di un giorno, ma la nascita di milioni di stelle. Si perde sempre qualcosa per trovarne altre, perché il bagaglio è pesante e non tutto si può portare.

Mi trovo oggi alla stazione, la vita mi ha dato un nuovo biglietto, il treno è fermo al binario e io cammino a testa bassa sulla banchina. Non ho fazzoletti, perché li ho finiti recentemente, e quindi se salirò potrò solo sventolarvi la mano. La destinazione la conosco ma non so in quali stazioni farà tappa, se il viaggio sarà pericoloso, se per arrivare dovrò anche prendere auto, aerei, barche e biciclette. Le notti saranno lunghe? I giorni difficili? Chi lo sa…

Ma se veramente in un viaggio, in questo viaggio senza bagaglio, avessi la possibilità di trovare e finalmente conoscere te stesso, di esser FELICE, tu, come me, non vorresti partire?

Lidò 84 – Gardone Riviera

Càpitano quei posti.
Quelli in cui ti senti completamente a tuo agio, dove non vedi l’ora di tornare appena varcata la soglia di uscita.. Per me Lidò84 di Gardone Riviera è questo. Una stella meritatissima quella di Riccardo, ‘capo ai fornelli’ ,con Giancarlo che fa ‘danzare la sala’, Manuele ‘al cavatappi’ e tutto il team dei preparatissimi giovani.

Un calice di Riesling troken di Molitor per allietare il palato.. Giovanissimo 2014 ma molto piacevole. Sta alla grande sull’amuse-bouche con cialde di gambero e di parmigiano. Poi, l’entrée che varrebbe da sola il viaggio.. Una crema dall’aspetto neutro ma in realtà una bomba di sapore! Arachidi, miele, aceto e rosmarino. La grassezza dell’arachide con il suo inconfondibile sapore si inerpica su note acidule e dolci fino a concludere con il balsamico ed erbaceo.. Talmente buono da rammaricarsi che si tratti di un assaggio..

Avanti con il crudo di gamberi di Mazzara, cialda e crema al pistacchio e pomodori verdi (innaffiati solo con acqua di mare per cui molto sapidi). Un piatto di notevole finezza. Mentre mi deliziavo con i gamberi crudi al tavolo a fianco mi incuriosiva il piatto che ahimè non potevo prendere essendo da sola: rigatoni cacio e pepe cotti in vescica di maiale.. Un’ora circa di cottura di tutti gli ingredienti cotti insieme in una sorta di vapore interno a questa palla di vescica che viene mescolata prima di essere aperta…I commensali l’hanno stra-gradita, ed io ho deciso che torno in compagnia la prossima volta perché DEVO assaggiarla!

Ho concluso la mia esperienza con degli spaghettoni al burro di Bepino Occelli con crumble di lievito. Da estasi!

Piccola pasticceria mai piccola, ovvero tagli al tavolo di un torrone artigianale al cioccolato bianco con frutta secca e canditi, tartufone cioccolato e liquore di anice e il ‘pongo’, val a dire un super mou da strappare a mano come caramella.
Dalla Tassoni, azienda di Salò, un ritorno alle origini con l’Acqua di Cedrata: 25 gradi di alcool e tanto bel sapore inconfondibile di Tassoni!

Abbiamo parlato tanto, di cibo vino ed esperienze, sorriso, assaggiato aceti balsamici e discusso sul presente e sul futuro delle nostre professioni. Avere a che fare con uomini, professionisti di questa portata, consapevoli ed umili, grandi e concreti, mi aiuta a pensare bene, in un mondo che ormai spesso pare solo di immagine e con poca sostanza.

Prima di andare via mi han regalato un pane appena sfornato. Domani sarà ancor più buono, ed io che sono figlia di panettieri apprezzo questo dono davvero tanto! Penso che se uno chef ti dona il suo pane ti sta donando l’elemento più sentito delle sue produzioni: immancabile e storico, presente ovunque ma sempre diverso con influenza regionale, considerabile come cibo a sé stante e come accompagnamento..un passe-partout per entrare nel cuore del commensale, dove profumo e sapore devono esaltare, mai coprire, ma emozionare.

La cosa più bella in assoluto? La frase di Riccardo mentre stavo uscendo ‘mi ha fatto piacere che sei venuta qua a casa nostra e hai mangiato con noi’.
Quando si va oltre la cucina, il vino, il lavoro e ci si concentra sull’umanità che il nostro operato può quotidianamente generare allora si è arrivati nel posto giusto. Questo, è il posto giusto per me.
Grazie ragazzi!

#lido84 #gardoneriviera #mylifeinheres #food #foodporn #wine#soloivinigiusti #happy #riccardocamanini #chef #myplaces

 

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rigatoni #felicetti in vescica di suino, rognoncini di #coniglio con cozze

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spaghetti #Felicetti con burro #occelli e lievito

Perdersi per ritrovarsi. 20.10.2014

Nel pomeriggio di oggi mi sono concessa un paio d’ore di libertà nella città più visitata del mondo. Complice il sole, l’aria frizzante di fine ottobre, mi infilo un impermeabile ed esco. La direzione la conosco bene, da anni la sogno..e chissà come non ci sono mai venuta prima nonostante i numerosi viaggi e le opportunità avute. L’animo cambia quando si ama, diventa sensibile; prima i suoni che destavano dal sopito vivere erano solo i passi pesanti, oggi invece ogni vibrazione ne propaga altre.. Ancora e ancora, come onde mosse da una sola goccia.

Guggenheim. Il sogno si avvera.
Non tolgo Einaudi dalle orecchie, anzi. Leggo quanto mi serve per capire ma ascolto in loop ‘Svanire’ e ho la voglia di perdermi nella musica e nei miei pensieri, in quella spirale che si avvita fino al soffitto facendomi sentire una piccolissima lumaca in un grande, immenso guscio. Salgo lentamente lo Ziggurat capovolto.

Le opere mobili non mi attraggono molto perché ho sete di colore. Arrivo al primo Van Gogh, ‘Mountains at Saint-Rèmy’ e lo divoro com gli occhi. Vado avanti.. Altri quadri altri colori.. ‘Haere Mai’ di Paul Gauguin, ‘Woman Ironing’ ovvero la stiratrice di Picasso che impietosisce con le sue ossa sporgenti ma manifesta incredibile forza in tutte le tonalità del blu, e ancora il ‘gruppo in crinolina’ di Vasily Kandinsky, che valeva il viaggio per quanto riesce a riempire gli occhi.
Proprio di Kandinsky mi colpisce il genio del dettaglio.. Nei dipinti di piccole dimensioni.. Le sue minuscole pennellate che diventano, viste di lontano, persone, animali, oggetti, definiti come immagini di istantanea scattata di lontano. E le Xilografie, le sue incisioni, dove l’arte sta nel togliere… Ma come è possibile mai per un pittore pensare di togliere? pensavo oggi…
È come se uno scrittore togliesse le parole o un musicista escludesse dei suoni! Ma quello che lui chiama xilografia ricorda proprio lo xilofono..la musica, che amava tanto, e questa difficilissima tecnica è la sintesi tra la musica e l’arte dove togliendo materiale fuoriesce il soggetto, dove il silenzio parla quanto il suono. Come lo capisco.

Proseguo ancora, persa nei miei viaggi e nelle letture sulla guida digitale. Einaudi ancora svanisce. Passeggiando incontro le forme movibili su sfondo nero di Tinguely, il muro di bottiglie di Henderikse, e mi ritrovo a bocca aperta davanti alle
follie che in questo bianco spiccano come macchie di vino su una tovaglia intonsa.. ossessioni cromatiche, muri di blu, squarci di rosso, suggestioni tattili, chiodi che spuntano, fuoco che non brucia ma colora, luci che riempiono il buio come lampi, vortici intangibili.

Esco dal museo con questo benessere e colma di gioia.. E ho la sensazione, non elusa, che il meglio debba ancora arrivare perché se la mente dell’uomo può arrivare a tanto la natura saprà di certo far di meglio. Il panorama davanti a me conferma.
La città ventosa e fresca sta dirigendosi verso il tramonto, io ho l’anima di una bambina. Vorrei vedere un altro museo,  vorrei condividere le sensazioni, ma dovrò accontentarmi di godere di quei momenti in un domani senza data.
Mi infilo in Central Park.
Il cielo è di un blu che manco Kandinsky aveva sulla tavolozza, l’autunno fa la corte alle foglie che arrossiscono, i bambini giocano nel parco con i genitori, gli scoiattoli corrono qui e là, un ragazzo che segue la mia direzione mi sorride e mi supera camminando velocemente: porta tra le mani una busta con scritto ‘Love’ e nel cuore qualcosa di più grande; bolle di sapone dei bambini, barchette nel lago, chi fa sport e chi sta seduto su un plaid ascoltando musica, chi suona il sax per racimolare qualche spiccio. Tutto questo con dei colori che non so nemmeno raccontare.
Color nostalgia.

Non so se il progetto dello Ziggurat, della Torre di Babele capovolta del Guggenheim che dovrebbe unire tutti i popoli sotto una forma di cultura, oggi possa averne portata in me un poco, ma sono certa che le emozioni sentite sono assolutamente da ricordare.
Perdersi per ritrovarsi.
Questo ho imparato.

Sentirsi Dédie

Domenica pomeriggio qualunque, passeggio con Modigliani.

Non si può restare indifferenti davanti alla bellezza di quei riconoscibili volti oblunghi con i loro occhi colmi del nulla, entità vacue la cui fisicità rappresenta bellezza estrema, estetica allo stato puro.

Incontro per primo il ragazzo dai capelli rossi; nelle tinte pastello dei suoi abiti e del suo volto vi sono ritorni cromatici che tracimano tra sedia e vestiti e mani, da sopra a sotto, gli occhi grigi sono lo specchio del vuoto intorno, della parete, e non vi sono espressioni che possano suggerire uno stato d’animo. Lui è solo, mani poggiate sulle proprie cosce, a colmarsi del nulla della vita. Chiunque può immedesimarsi in questo omino dalle evidenti orecchie sporgenti, intento a non fare niente. Lo stesso autore, tubercolotico e povero, avrà rivisto la sua figura in quell’attimo fisicamente inerte dove solo il pensiero è sovrano.

Vado oltre, saltello tra opere in pastello sino ad incontrare il Nudo Allungato. Una figura di unico tratto. Una linea di corpo sola, come un getto di lapis blu. E poi, lo studio simmetrico del volto. Una perfezione commovente e ricercata, la figura esce dalla tela come fosse una incisione orizzontale, asessuata ma sensuale, come l’opera antistante, Ermafrodito, con le sue movenze fanciullesche e la goffaggine del suo esser un chiunque.

La Donna seduta invece ha un occhio solo che vede: è un occhio che ha il colore dell’ombra. Nel suo guardare quel qualcosa vi sono asimmetrie e regolarità che richiamano il tratto distintivo dell’artista, evidente è il significato più profondo che emerge, che solo una donna conscia di esser tale può intendere. Si riprende la frase ‘perché con un occhio guardi il mondo, e con l’altro guardi dentro di te’. L’equilibrio tra verità e convinzioni, accettazione, a volte, compromesso altre.

Le contaminazioni di gusto africano sono persistenti, e gli artisti presentati per corrente di gusto o scuola francese sono una scoperta da approfondire. Brâncuşi e la sua donna che si guarda allo specchio mi stupisce, nella sua finezza che poco si discosta dall’amato Rodin, benché frutto di corrente reazionaria filo-Gauguin e pertanto antitetica rispetto allo scultore eccellente.

Seguito la mostra, I quadri bohème.. Chagall, Soutine. Il primo soprattutto con la sua casa nel viale, olio su tela, olio crudo e verde, in tutte le sfumature e per tutte le profondità, anche nel focolare al termine del viale. Immagine con colore vivido da trasmettere movimento della natura che la tela accoglie, e la cornice diventa uno schermo, e quel che si vede all’interno è uno spettacolo dove solo le nuvole e il cielo sono sprazzi grigio blu, quasi impercettibili, quasi inutili. In un ritratto di famiglia poi, in un abbozzo di tela grezza, si spostano simbolismi interpretabili sull’amore, le unioni e la fedeltà, l’impegno devoto familiare, cultura ed esoterismo, in una condizione di tempo scandito dalla pendola che ricorda il passato e rintoccherà ogni futuro.

Come sempre, non riesco neppure ad affacciarmi ai significati delle opere cubiste. Ne rimango estasiata ed attratta dalle successioni cromatiche e geometriche ma non riesco realmente a possederle. Mi mancano gli sguardi, gli oggetti che sbucano quasi muovendosi, nella perfezione della loro definizione e luminosità di colore a olio.

Limite o paura, mi allontano da questi quadri come un qualcosa di occulto avesse guidato le mani del loro autore, come se le droghe o l’alcol che potenzialmente lo stesso avesse assunto dovessero finirmi in corpo tramite il bulbo oculare: la mia visione si sforza, ci prova, giunge quasi a decifrarli..e infine il timore ha il sopravvento. In questa fuga, cercando sollievo, mi imbatto negli occhi della Donna con scialle di Kisling. Sono occhi che non dimentichi, quelli. Sono quelli che ogni donna desidererebbe avere, grandi e neri. Un viso semplice e piccolo il suo, un muro e tante foglie verdi dietro lei, un corpo minuto, con uno scialle colorato. Ma nei suoi occhi si vede l’infinito; ti catturano e in un attimo ti trovi in una strana Isola asiatica, con questa donna dai tratti semi-orientali che ti accompagna in un mondo colorato, nella compostezza tipica di questo popolo che ha tanta storia alle spalle, molta vita da raccontare.

Ma è l’ultimo incontro quello più saliente, il Ritratto di Dédie. Cosa ci sia esattamente dietro quel viso non l’ho davvero capito. Lo sguardo pare malinconico.. E se fosse rassegnato? Le mani in quella posa, sono mani di attesa speranzosa o sinonimo di contenimento di tensione? Credo sia uno sguardo irripetibile, come il sorriso della Gioconda. Dédie nelle mie mani diventa una donna che attende l’amato, un soldato al fronte. I suoi pensieri spaziano, tra il desiderio di rivederlo e l’ansia del pericolo che sta affrontando, l’incapacità di essere utile a se stessa, in quel momento, ad esaudire il sogno della vita. È bella lei, si è truccata le labbra e fatta una bella acconciatura; lo fa tutti i giorni, aspettando il suo ritorno. Quante cose vorrebbe dire lei con quell’espressione; quante lettere ha scritto, quanti giorni da mattino a sera vestendo quel velo di belletto avrà da raccontargli prima o poi.

Se La osservi, e la osservi bene, la sola cosa che ti viene da dire è ‘tornerà’, per alleviare le pene sue di lei, ed anche le tue.

Tournent les années, rien à regretter.. Bienvenu 2017

2016 anno denso, a volte quasi torbido.
2016 che ha portato tutti i frutti di un anno bisestile, benché non sia superstiziosa.
2016 di mostri che sono tornati a destarmi nella notte, impaurirmi nelle solitudini del giorno.
Ma 2016 in cui alla fine tutto è “andato bene così”, nelle semine fatte, nei frutti raccolti, nel riscoprire energie sopite, nel ritrovare il senso della speranza, la fatica della lotta, l’attaccamento alla famiglia, alla vita, al lavoro, al destino.
2017, ti aspetto ormai, certa sarai più clemente del tuo predecessore, e se non lo sarai, sappi che ho recuperato le forze, la determinazione, la rabbia e, di ritorno, la pace interiore.
Perché caro 2017, ora che ti vedo lì alla porta ad aspettarmi preferisco avvisarti e non illuderti..Sei solo il primo di tutti quelli che verranno, e potrai scegliere di essere buono o meno, felice o meno.. io lo sarò comunque, perché sei solo uno dei tanti del futuro, uno tra tanti di quelli che porterò addosso.

‘Another year you made a promise, another chance to turn it all around and do not save this for tomorrow. Embrace the past and you can live for now and I will give the world to you. Speak louder than the words before you, and give them meaning no one else has found. The role we play is so important, we are the voices of the underground and I would give the world to you, say everything you’ve always wanted, be not afraid of who you really are, ‘cause in the end we have each other and that’s at least one thing worth living for…

This is the new year, a new beginning…’ – A BIG GREAT WORD

I’m your sacrifice

Non credo di essere mai stata brava a far soffrire qualcuno.

Almeno, non quanto il mondo ed alcuni dei suoi abitanti hanno fatto con me.

Ed è forse per questo motivo che nessuno prova realmente affezione morbosa verso me: perché le persone si legano, in fondo, ai loro aguzzini sentimentali.

Le storie che ho chiuso son dall’adolescenza sono state sepolte nel fondo dei cassetti dove ripongo tutto quanto non mi serve, e benché l’educazione mi porti ad una forma di rispetto, ho archiviato ogni forma di sentimento, salvo per amicizie importanti divenute relazioni, tornate amicizie e preservate come tali.

In quelle che per vari motivi si sono interrotte bruscamente, nessuno strascico..ognuno è tornato alla propria vita con più esperienza e qualche ammaccatura alla scocca del cuore.. come al termine di una preghiera, ‘così sia’, la vita prosegue e anni dopo, decenni magari; una parola ed un sorriso non si negano, ma il ricordo è sfocato, l’entusiasmo assente.

Perché capita anche ai buoni di litigare, capita anche a noi di avere una antipatia ed evitare qualcuno.
E capita anche alle persone fragili di costruirsi una corazza, una bella cotenna inossidabile utilissima in tutti i frangenti, l’abito adatto a tutte le stagioni. La gente la vede e pensa che tu sia indistruttibile. Invece è come un bel vaso di terracotta, la cui laccatura esterna luminosa pare copertura di un contenitore rigidissimo. Dentro poi, invisibile si snoda una ragnatela di fratture che da capo a piede segmenta tutto, e se solo ti azzardassi a spostarlo, ti troveresti con in mano un pugno di cocci.
Perché noi diciamo si anche se dentro ci chiediamo ‘perché?!’, e ‘no’ sarebbe stata la risposta più opportuna; ma noi non diciamo mai no.. perché no è brutto, scortese, ci fa sentire in colpa, imprecisi ed approssimativi.
Non abbiamo la forza di farci sentire fino quando qualcosa in noi non esplode, e dobbiamo arrenderci ad un mare di rabbia che esce tra i singhiozzi, ma una parte di noi comunque non si arrende e tiene i pugni stretti a contenere quello che pensiamo potrebbe distruggere chi ci sta davanti.
Invece l’errore forse ancor più grave del trattenersi, è proprio questo.
Pensare che al nostro interlocutore interessi tutto questo…rimarrà forse colpito dal vederci scossi, dispiaciuto se  si accorgerà di essere il generatore di questo dissesto. Ma la nostra contenutissima onda di piena determinerà solo un virgulto di stupore.
Tra tutte le cose che vorrei, che sono tante, la prima sarebbe quella di poter agire come una sfrontata menefreghista. Sarebbe davvero una svolta!
Sbatter la porta, chiudere senza lasciar replica una telefonata ad una persona cafona, ribellarmi ad una persona maleducata quando questo avviene.. invece di cercare di ragionarla.
Mi ritrovo invece ad inglobare le brutture del mondo e liberarmene quando mi trovo sola con Tiersen nelle orecchie. E rido e piango sdraiata su un telo, in un campo, tra una vigna ed un pino, nascosta da tutti, fuori dai miei tacchi alti, ringraziando il mascara waterproof, maledicendo l’imperfezione del mondo.
Che poi la vita è tutta lì.
Un ammasso di forze che si contrastano, e l’unica forza assente, è quella che agogno di avere.
sacri

19.08.2016

Da tanti anni, ogni 19 agosto è tempo di riflessioni.

Ho riso tanto, pianto un poco, sbagliato mille volte e a volte avuto ragione, ho amato sempre e sono stata amata tanto, ho messo i conti in chiaro con il destino ogni giorno, ci ho provato sempre, ci sono riuscita spesso…

E per qualunque cosa sono grata: per il mattino che si leva con me, per un lavoro che amo, per affetto incondizionato di chi mi sopporta, per i genitori stupendi che mi hanno dato tutto, per me stessa nelle mie imperfezioni: senza la mia vera indole, senza le persone che ho scelto o mi hanno per fortuna scelta non sarei nessuno, e seppur sia una formica sono riconoscente a tutti coloro che mi fanno sentire una gigante.

Domani nuovo traguardo, non ho paura di un anno in più perché è solo la somma dei miei giorni. E i miei giorni sono stati, nel bene e nel male, tutti stupendi!

Buon compleanno a me! Che domani non so chi sarò, ma oggi so di essere FELICE! ❤️img_4908

28.08.2016

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28.08.2016

Il 29 agosto 1946 nasceva la mia mamma. Erano i primi periodi dopo la seconda guerra, e mia mamma nacque per un ‘ex voto’: mia nonna decise di devolvere alla chiesa il poco oro posseduto, sperando nel ritorno, vivo, a casa, di mio nonno; se fosse tornato lei avrebbe avuto ancora un figlio, sperando fosse femmina, per chiamarla MARIA. Mamma si chiama così, ma siccome è sempre stata piccolina la chiamano tutti Mariuccia. Nonna Giulia non ricordava con precisione a che ora fosse nata, ma ne elencava volentieri sorridendo le marachelle da bambina; in quel periodo di ricostruzione difficile del dopoguerra, dove essere panettieri da generazioni era una salvezza ma anche un rischio, perché la fame era tanta, le pirlate di mamma erano un modo per sdrammatizzare a volte, perché l’innocenza infantile si perdona sempre e fa sorridere. Anni dopo, mamma conosce papà Piero che è grande e grosso al contrario di lei, ma si innamorano ed insieme cominciano un cammino, spesso difficile per lei che arrivava dal ‘paese’, ed in cascina, con qualche animale ed una famiglia numerosa e rumorosa acquisita, deve cambiare il proprio mood. Benché la condizione non fosse probabilmente la migliore, piacendole tanto il silenzio e come a me un poco di solitudine per pensare, Mamma Iuccia si è adattata per amore, e grazie a questo con papà hanno fatto Paola prima ed otto anni dopo, me.
Domani mamma sarà settantenne, ed oltre a dimostrarne 20 in meno per aspetto, energia e approccio mentale, se la guardi negli occhi sembra ancora una ragazzina, curiosa e dolce come una scolaretta. Ha conosciuto tante persone, italiane e per colpa mia tanti stranieri, ma tutti si ricordano di lei; quando passi per MURELLO dove aveva avuto per alcuni anni la panetteria è solito sentire ‘come sta mamma!?’ Oppure ‘salut’me Iuccia!’.. La. sua dolcezza, ti conquista.

È timida, ma sa essere decisa, a volte piange perché si commuove o non si sente in grado di affrontare qualcosa, ma in realtà lei non si rende conto di essere la più forte, la più ‘figa’ di tutti! Papà sbraita e si incazza ed essendo grande e grosso fa rumore.. ma la vera fonte di coraggio e stabilità è mamma, nella sua lungimiranza e nel suo contenuto entusiasmo.
Se i nonni fossero ancora con noi sono certa che sarebbero davvero tanto orgogliosi della donna che è diventata, perché io sono orgogliosa di lei e della mamma che è stata per me sempre. Dal ginocchio sbucciato alla questione grave, mamma è sempre stata al mio fianco, come se fossimo su due braccia opposte della bilancia e quando una è giù l’altra porta il proprio peso per tornare a regime. Lo dico spesso parlando di viaggi, che la miglior compagna di viaggio mai avuta è stata mia mamma, e non parlo solo dell’estero o dell’Italia che si è vista con me in lungo e in largo, ma del cammino di una vita, insieme.

Oggi è stato un giorno stupendo, con un pranzo in famiglia pieno di sorrisi e di bontà. Sono grata di tutto questo, soprattutto ora che sono a casa e osservo nuove immagini della devastazione di questi giorni di terremoto dove la distruzione e le famiglie sfasciate distrutte dal dolore, sono sempre di più..noi abbiamo la fortuna di essere una famiglia felice: papà e mamma stanno bene, noi ‘giovani’ abbiamo un lavoro che amiamo, ci sono case accoglienti dove tornare, speranza e salute, piccoli problemi risolvibili. Non è evidentemente così banale respirare serenità, mentre centinaia di persone non possono farlo, per questo sono grata e felice di quello che ho, e non vorrei cambiare neppure un secondo di questa vita mia perché è assolutamente perfetta, e prego per coloro che non possono avere altrettanto.

Buon compleanno, mamma.
Nella sua generosità, sono quasi certa che la candela che ha spento ha visto un desiderio espresso per me e Paola, e quello che spero è che fosse di stare con noi e papà ancora per altrettanti anni, così felici! Con tanto amore ❤️

BERTI: Una lunga storia di ferro, di fuoco, di mani sapienti.

Metti un martedì mattina di ritorno da Montalcino, con un bel gruppo di colleghi, si passi a Scarperia a pochi km da Firenze, nella più ‘particolare’ delle aziende che #Heres ha l’onore di rappresentare, non essendo una azienda vinicola.

Dal 1895 la famiglia Berti produce coltelli in una bottega artigiana.

Fatti a mano, fatti in Italia, nei modelli che appartengono esclusivamente alla tradizione tardo ottocentesca nazionale. Il Metodo Artigianale Berti dice che chi inizia un coltello lo finisce, e lo sigla con le sue iniziali. Cosi ogni coltello è il frutto del lavoro di un singolo artigiano! Niente meccanizzazione sfrenata o approccio industriale.

Andrea Berti, che ringrazio per questa bella esperienza, è l’animo stesso di questa azienda, e con capacità e determinazione difende una delle ultime botteghe storiche che riescono a produrre oggetti di un pregio tale dal potersi posizionare sulle tavole delle migliori ristorazioni italiane, macellerie, sugli scaffali dei più importanti negozi di oggettistica per la casa, e nelle abitazioni di persone appassionate che cercano nel coltello la vera qualità. Oggetto di uso quotidiano o da esporre, il coltello Berti rispecchia sulla sua lucente lama la qualità della sua produzione artigianale, e della sua esclusività.

COLTELLERIE BERTI: Via della Resistenza, 12 – 50038 Scarperia (Fi) http://www.coltellerieberti.it/

acrobazie

Le luci forti, il trucco di scena e il costume la aspettavano, come ogni giorno, dal tardo pomeriggio.

La sua vita era un ripetersi di azioni che partivano al mattino, con sveglia alle 7, tra il barrire di elefanti affamati che ben si udivano attraverso quel baraccone di acciaio coperto di murales, che lei chiama da sempre ‘casa’.
Si alzava per prima tra gli acrobati, sfilava la maglietta e si metteva sotto il fiotto di acqua bollente. Una doccia veloce, un caffè e poi mezz’ora di stretching, aspettando di portare la testa tra le nuvole.
Era un modo di dire il suo, ma da quando era bambina aveva coscienziosamente scelto qualcosa che nessun altro famigliare aveva voluto fare tra le acrobazie circensi ovvero il trapezio, nonostante la pericolosità e la difficoltà, e la passeggiata sul filo come ulteriore chance. L’importante per lei era stare in cielo, tra le nuvole.
Volteggiava tra le due aste come una rondine, piroettava e si dondolava in un agio totale; la rete che poche volte l’aveva accolta era solo uno scrupolo per l’allenamento. Minuta, caparbia e temeraria, era affascinata dalla complessità di esercizi che richiedono ore di pratica ed alta concentrazione, il mondo era ai suoi piedi quando lei era lassù, si sentiva una piccola Dea dominatrice del mondo.
Quando lavori di sera e ti alleni di giorno, vivi in una casa che si muove ogni settimana, non hai un lavoro ‘reale’ e stabile, le amicizie si riducono a quelle lavorative e la vita comincia ogni mattina con la sveglia e finisce con il sipario calato. Non ci sono spettatori che tu possa conoscere stando lassù e non ci sono applausi più forti che facciano battere il cuore. Volteggi per il piacere degli occhi di tanti, voli per la gioia di nessuno in particolare.
Da qualche settimana un altra persona stava allenandosi al trapezio, il figlio di un amico di altro circo, entrato a far parte del loro gruppo in previsione di una fusione tra le due realtà. Era molto bravo e molto disciplinato. Fu lui a chiederle se era interessata a fare un numero in coppia. Sulle prime rimase stupita: aveva sempre lavorato da sola sino ad allora, ma capì che se non avesse provato avrebbe posto un limite a se stessa, e non voleva di certo darla vinta all’abitudine!
Cominciarono a lavorare sul loro numero quel giorno stesso dopo quel ‘si’ poco convinto; provavano tutti i pomeriggi, per settimane, e cambiavano ‘figure’ e studiavano nuovi lanci la sera seduti davanti a un caffè dopo aver fatto lo spettacolo, con trucco ancora indosso e l’accappatoio a coprire il fresco notturno. Quando ebbero finito di studiare, cambiare e provare, fissarono la data per la prima uscita di coppia. Stava nascendo complicità ed era molto bello poter pensare in due quel che prima lei elaborava in solitaria.
Mentre i carrozzoni si spostavano tra le città, lo spettacolo acquisiva consensi e tra loro nasceva un’intesa sempre più stretta, come avviene tra coloro che danzano o cantano insieme. Un pomeriggio durante le prove, lui le disse che la sera dopo si sarebbero esibiti in un luogo che per lui era molto famigliare: era stato il posto dove aveva vissuto più a lungo e gli spiaceva quasi di andar lì perché da sempre evitava di tornarvi.
La sera successiva prima dello spettacolo lei chiese che venisse posta la rete: solitamente non la posizionavano, temerari e incoscienti, ma quella sera si sentiva che sarebbe stata necessaria. Lui vedendo questo si arrabbiò moltissimo, chiedendo spiegazioni a riguardo a gran voce. Lei capì che le ‘sensazioni’ non bastavano per cui disse che non si sentiva molto in forma, e per puro scrupolo, gradiva averla. Accettò innervosito come in preda ai deliri di onnipotenza di una primadonna, e si chiuse nel suo stanzino per sistemarsi.
Uno sguardo tra i due prima di cominciare: lei gli disse ‘mi perdoni per la rete?’ e lui disse  sorridendo ‘stai meglio?’ togliendo quel poco di espressione corrucciata che ancora aveva. Volavano, come sempre, tra le nuvole e le luci. Le gambe appese, i sorrisi al pubblico, i costumi luccicanti.
Il numero era quasi terminato.
Lei alzò le braccia dalla sua posizione di massima vicinanza, come sempre, si lanciò nel vuoto per essere presa, ma lui perse quell’istante.; rimase frazioni di secondo sospesa nel nulla, come un angelo con le braccia tese.
Cadde con grazia tra gli ‘oh’ stupiti del pubblico. Giunse a capo della rete, capriola per scendere, inchino finale, mentre a terra all’altezza del volto abbassato la terra battuta si bagnava di lacrime che nessuno poteva vedere. Un bel sorriso finto e sparì correndo nella notte.
La cercò a lungo, senza trovarla.
Non si dava pace per il suo errore e non capiva perché non avesse risalito la scala e non avesse ritentato subito, come solitamente accade, per soddisfazione propria e del pubblico.
Al risveglio al mattino andò subito dalla sua roulotte, ma lei non c’era. La trovò sul filo, con un ombrellino in mano, che passeggiava tra le nuvole.
Attese a lungo che lei scendesse e poi con aria mesta la raggiunse e si scusò: le disse che si era trattato di una disattenzione, che aveva ragione lei ad aver posto la rete ed era stato stupido ad arrabbiarsi.
Lei rispose ‘io ho sempre volato da sola. Ho volato sola in tutto il mondo, in ogni luogo, amato o meno, da quando sono bambina. Ti ho accolto nel numero che era un tempo solo mio, la mia vita era appesa alle tue braccia e mi aggrappavo pensando fossero sicure’
Lui disse ‘perché non capisci, quel luogo e certe persone qui, sono state la causa della distrazione’
Se altri luoghi, altre persone, ti impediscono di vedere due braccia che si fidano di te, allora non meriti di volare con esse.
Passò del tempo. Il numero oggi si esegue con la rete come condizione costante, continua ad avere successo.
Il numero più bello del circo però resta quello della funambola con l’ombrellino.umbrella